
Un interessante esperienza vissuta per due ore al Museo Archeologico di Palazzo Farnese grazie all’organizzazione da parte del Cral USL Piacenza A.P.S. di concerto con Malena Snc e dell’archeologa Cristina Mezzadri, nell’occasione nel ruolo di guida illustratrice del legame tra la civiltà etrusca e l’arte della divinazione. Elemento di base che ha caratterizzato l’incontro, il fegato etrusco del II-I secolo a.C. casualmente rinvenuto in un campo nei pressi di Settima nel 1877 e attualmente conservato nell’anzidetto Museo piacentino.

Si tratta di un modellino in bronzo di fegato di pecora usato dagli aruspici per l’epatoscopia, ovvero l’arte di interpretare la volontà divina. Questo il punto d’inizio dell’incontro che immediatamente ha generato domande in ciascuno dei presenti. Intanto: perché fegato di pecora considerato che la sua funzione era legata alla definizione dei destini dell’uomo? Certo, sicuramente perché prelevare un fegato umano poteva avere effetti non del tutto graditi ma detta più seriamente perché il sacrificio animale era un rito sacro finalizzato a ottenere il consenso o il presagio degli dèi e gli dei semplicemente gradivano e accettavano una vittima “pura” e “docile” come appunto poteva essere una pecora (peraltro probabilmente con un fegato in buone condizioni, puro, grazie alle abitudini alimentari sicuramente migliori di quelle umane). A quel punto il fegato serviva come una mappa del cielo (era diviso in settori assegnati alle varie divinità), rappresentava un microcosmo riflettente il macrocosmo celeste. In altre parole l’esame da parte del sacerdote (l’aruspice) dell’organo sano permetteva di individuare gli “ostenta” cioè segni divini come anomalie, colori o macchie che annunciavano eventi futuri fausti o infausti.

L’aruspice (dal latino haruspex) era dunque un sacerdote-indovino. Poteva essere un pastore anziano, degno della necessaria autorevolezza, oppure avere legami con una famiglia aristocratica. Avviati all’arte divinatoria fin da giovani studiavano secondo gli insegnamenti che la leggenda narra provenissero dalla ninfa Vegoe e dal fanciullo sapiente Tagete.
Il loro ruolo proseguì anche con l’avvento della civiltà romana. Roma considerò gli aruspici etruschi esperti della divinazione arrivando addirittura alla costituzione di un Ordo haruspicum (ordine degli aruspici) che operava sia a livello pubblico (per il Senato) che privato.

La giornata è poi proseguita con una visione di slide realizzate appositamente per l’occasione dall’archeologa Mezzadri in merito alla diffusione dell’arte magica nella società romana parlando innanzitutto di “defixiones” (Tavolette di maledizione) ovvero sottili lamine di piombo con incisi incantesimi spesso sepolte per inviare le richieste alle divinità infernali per colpire il nemico (sportivo, in amore, in affari). Molto diffusa poi la richiesta di filtri per attirare l’amore o causare l’impotenza oltreché di amuleti per difendersi dal malocchio. Importante anche lo specchio magico che rivelava eventi futuri e passati a chi lo guardava.

Le leggi vietavano specificamente la magia privata finalizzata a danneggiare i raccolti altrui e comunque la magia era generalmente vista come superstitio o meleficium (crimine magico) quando esercitata privatamente senza fini pubblici, di Stato. In definitiva maghi, sagae (streghe) e harioli (indovini) erano popolari ma socialmente emarginati.
A questo punto, concluso l’incontro da parte della dottoressa Mezzadri con un caloroso applauso da parte di tutti i presenti, la giornata si è conclusa con il buffet di prodotti piacentini (ottimo innanzitutto il salame di Castell’Arquato) e la segnalazione dei prossimi appuntamenti che a cadenza mensile porteranno ad altre (previste per ora) quattro visite a diversi Musei ospitati a Palazzo Farnese sempre in collaborazione tra Cral USL e Malena Snc archeologia.



Bellissimo pomeriggio